Il NO del Rettore al docente per insegnare in altri Istituti deve essere motivato

Nov 14, 2016 | Posted by in News, Università | 0 comments

Il diniego allo svolgimento di funzioni didattiche presso altri istituti da parte di professori
universitari deve essere motivato e non basarsi su questioni difficilmente applicabili
nell’ordinamento italiano. La pronuncia del Consiglio di Stato sezione VI del 17 ottobre 2016
(sentenza n. 4315) prende le mosse dalla richiesta di un professore a tempo definito di svolgere
attività didattica presso un’università straniera. Alla richiesta l’università interessata aveva fatto
trascorrere il tempo procedimentale dei 30 giorni e aveva risposto al professore ben dopo un
anno dalla richiesta negandola. Nel frattempo in via cautelare era stata data l’autorizzazione
sempre però sub-iudice in quanto l’università interessata si sarebbe riservata di procedere in
modo diverso poiché poteva verificarsi l’incompatibilità di due attività lavorative di tipo
subordinato e quindi secondo l’ateneo il diniego dell’autorizzazione.

Le norme coinvolte

La questione non è di poco conto se si pensi che la legge 240/2010, ma ancora prima il testo
unico del pubblico impiego in presenza di un dipendente a tempo definito pongono l’accento in
primis sul decorrere del tempo – i cosiddetti 30 giorni – entro il quale respingere la domanda in
modo da evitare il perfezionarsi del silenzio assenso, ma soprattutto l’autorizzazione prevista
dall’articolo 6 comma 10 non è un vaglio come invece sostenuto dal Tar in primo grado sulla
natura subordinata o meno del rapporto che si va a sviluppare. Il Consiglio di Stato sulla
questione del tempo trascorso è molto netto nella parte in cui afferma che «se, dunque, anche
solo un margine di incertezza poteva esservi, regola di cautela e di buona amministrazione nel
caso puntuale di specie avrebbe dovuto piuttosto indurre l’ateneo a preavvertire la sua
professoressa della prospettiva di un atto finale di diniego e ciò non foss’altro per la sicura (a
quel punto) reazione dell’interessata che, avendo così modo di obiettare, avrebbe fornito
all’ateneo stesso ulteriori elementi istruttori utili per definire quanto più equilibratamente il
caso all’attenzione». Il punto centrale della questione risiede però nel motivo del diniego che è
squisitamente quello che secondo l’ateneo la richiesta di autorizzazione, quantunque formulata
da un docente a tempo definito, riguardi un rapporto di lavoro subordinato e per questo non
meritevole di autorizzazione. Sul punto il Consiglio di Stato esamina a fondo l’articolo 6 comma
10 della legge 240/2010 (sulla base del quale il docente si era rivolto al proprio Ateneo
milanese): se è vero che dice tra l’altro, da un lato, che «I professori (…)possono altresì svolgere,
previa autorizzazione del rettore, funzioni didattiche e di ricerca, nonché compiti istituzionali e
gestionali senza vincolo di subordinazione presso enti pubblici e privati senza scopo di lucro» è
altrettanto vero che dall’altro lato questo deve avvenire «purché non si determinino situazioni di
conflitto di interesse con l’università di appartenenza, a condizione comunque [i.e., in ogni caso]
che l’attività non rappresenti detrimento delle attività didattiche, scientifiche e gestionali loro
affidate dall’università di appartenenza».

La mancanza di motivazione nel diniego del rettore

Visto che non poteva stabilirsi, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il rapporto fra ricorrente
e università svizzera fosse sicuramente di lavoro subordinato, per denegare l’autorizzazione
l’ateneo in questione avrebbe dovuto almeno far ricorso a uno degli altri due limiti negativi posti
dalla norma citata, ossia che l’attività conseguente a detto rapporto determinasse (accertate)
situazioni di conflitto d’interesse con l’università ovvero che la medesima attività
rappresentasse uno o più dei profili di (accertato) detrimento pure citati nella norma. Di tutto
quest’altro nella motivazione del provvedimento di diniego non v’è tuttavia traccia. Non solo
continua il Consiglio di Stato che è veramente arduo quando si tratta di università o centri di
ricerca stranieri stabilire la natura subordinata o meno del rapporto anche perché è complesso
travasare situazione italiane negli ordinamenti stranieri e anche perché la norma della legge 240
in questione parla di «compiti istituzionali e gestionali (…) presso enti pubblici e privati senza
scopo di lucro». Inoltre emerge dagli atti in causa che lo stesso rapporto con l’università
straniera per la quale si chiede l’autorizzazione è anch’esso part-time. Da tutto ciò non è
possibile non annullare i provvedimenti rettorali di diniego a seguito delle considerazioni
indicate a causa della carenza e del difetto di motivazione. La riflessione che si può trarre è che
da un lato la buona fede del docente nel richiedere l’autorizzazione anche se a tempo definito
dall’altra il problema della motivazione dei provvedimenti amministrativi che devono essere il
più possibili inattaccabili ed evitare mediante gli stessi diverse applicazioni di norme che sono
state emanate per agevolare in molti casi lo sviluppo della conoscenza e gli scambi di esperienze
del mondo universitario.

Il presente articolo è stato scritto dal dott. Tedesco e pubblicato in data 09.11.2016 su Scuola24

Chiamate dei professori precluse a chi ha già prestato servizio presso l’Ateneo

Set 2, 2016 | Posted by in News, Università | 0 comments

Il Consiglio di Stato con sentenza n. 3626 del 12 Agosto 2016 ha definito con chiarezza chi può partecipare alle procedure di chiamata escludendo dalle stesse i professori a contratto e in generale chi ha avuto con l’ateneo rapporti di lavoro a tempo determinato.

In particolare la disposizione di cui all’articolo 18 della legge n. 240 del 2010, la cui rubrica reca «Chiamata dei professori», dispone che «Ciascuna università statale, nell’ambito della programmazione triennale, vincola le risorse corrispondenti ad almeno un quinto dei posti disponibili di professore di ruolo alla chiamata di coloro che nell’ultimo triennio non hanno prestato servizio, o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell’università stessa», deve essere intesa nel senso di precludere la partecipazione alla procedura a tutti coloro che, a qualunque titolo, abbiamo prestato servizio presso l’università, alla luce sia di una interpretazione letterale sia della ragione giustificatrice della norma stessa. In relazione al primo aspetto, la disposizione è chiara nell’imporre il divieto a tutti coloro che «hanno prestato servizio» presso l’ateneo. Né consegue che il termine servizio viene inteso dal supremo consesso in senso ampio non solo con riferimento  alle posizioni di ruolo ma anche ad esempio per quelle a contratto se pensiamo che il rapporto del professore, quantunque a contratto, può dipanarsi per l’intero anno accademico. Se il legislatore avesse voluto limitare l’ambito applicativo della norma soltanto a coloro che hanno stipulato con l’amministrazione un contratto a tempo indeterminato avrebbe dovuto esplicitarlo in maniera chiara.

In relazione al secondo aspetto, la ragione giustificativa della norma è quella di attuare il principio costituzionale di imparzialità dell’azione amministrativa, escludendo che possano essere chiamati soggetti che hanno avuto rapporti con l’università e che, pertanto, potrebbero «astrattamente» ricevere un trattamento preferenziale nell’ambito della procedura competitiva. Questo argomento si presenta più convincente considerando che tra i criteri di valutazioni delle commissioni lo svolgimento di attività lavorative anche a contratto e quindi a tempo determinato nell’ambito della didattica e della ricerca comporta generalmente una valutazione nelle procedure di reclutamento. Non può, pertanto, evocarsi utilmente il principio della massima partecipazione in presenza di una volontà legislativa di limitare l’applicazione di tale principio in attuazione di prevalenti esigenze di rilevanza costituzionale.

Questa pronuncia porterà qualche problema agli atenei perché forse molte attività programmatiche si erano svolte in previsione di reclutamenti di soggetti che già gravitavano nell’alveo degli atenei per lo svolgimento di attività svolte anche in modo sporadico o con rapporti di lavoro a tempo determinato.

Il presente articolo è stato scritto dal dott. Vincenzo Tedesco e pubblicato su Scuola24 in data 01.09.2016

Buone Vacanze 2016

Ago 8, 2016 | Posted by in News | 0 comments

Ringraziando tutti coloro che fino a questo momento hanno letto gli articoli presenti in questo sito, Auguro Buone Vacanze 2016!

Ci vediamo presto con nuove letture e news.

Vincenzo

 

 

 

Consiglio di Stato boccia l’appello dell’Anac sulle Università libere

Lug 26, 2016 | Posted by in News, Università | 0 comments

Il Consiglio di Stato ha respinto l’appello dell’Anac avverso la sentenza del Tar Lazio che aveva stabilito la non applicabilità delle norme in materia di prevenzione della corruzione e di trasparenza alle università cosiddette libere.

Tutto il dibattito si volge intorno alla definizione di ente pubblico e più in particolare a tale definizione con riguardo alle università libere, con specifico riferimento all’applicabilità del dlgs 33/2013.

Il Consiglio di Stato pur pervenendo alle medesime conclusioni, ha seguito una strada argomentativa diversa dal Tar Lazio, censurandone esplicitamente l’approccio meramente formalistico basato sull’applicazione acritica della legge n. 70 del 1975,  che prevede espressamente che “nessun nuovo ente pubblico possa essere istituito se non per legge”, e sull’affermazione secondo cui che, ai fini di determinare l’applicabilità o meno di una disciplina legislativa pubblicistica, debba privilegiarsi una nozione “statica” e “formale” di pubblica amministrazione.

Il Consiglio di Stato ritiene invece che l’individuazione dell’ente pubblico debba avvenire in base a criteri non “statici” e “formali”, ma “dinamici” e “funzionali”: ciò implica che il criterio da utilizzare per tracciare il perimetro del concetto di ente pubblico muta a seconda dell’istituto o del regime normativo che deve essere applicato e la relativa definizione non è fissa e immutevole. Ebbene, proprio per questo, nonostante gli orientamenti giurisprudenziali che, in alcune occasioni (in particolare ai fini del
riparto della giurisdizione sulle controversie concernenti il rapporto di impiego o della sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti per le controversie aventi ad oggetto la responsabilità di amministratori e dipendenti), hanno affermato la loro equiparazione agli enti pubblici, dando rilevanza gli scopi, alla struttura organizzativa e ai poteri amministrativi ritenuti del tutto analoghi a quelli delle Università statali (così testualmente, ad esempio, Cass. Sez. Un., 11 marzo 2004, n. 5054, riferita alla L.U.I.S.S.), tali arresti giurisprudenziali non possono essere invocati per sostenere, sic et simpliciter, una completa equiparazione, ad ogni fine, tra Università private ed enti pubblici. La nozione cangiante di ente pubblico impedisce, infatti, di estendere automaticamente la qualifica pubblicistica riconosciuta a un ente in determinati ambiti, al fine di giustificare automaticamente la sua integrale soggezione alla disciplina di diritto pubblico.

Partendo da tale assunto il Consiglio di Stato rispetto all’applicazione degli obblighi in materia di trasparenza e di pubblicità debba escludersi la qualificazione delle c.d. libere Università in termini di ente pubblici perché l’art. 33 Cost. che, al comma 1, riconosce la libertà di insegnamento, al comma 3, stabilisce il diritto di “enti e privati” di istituire scuole e istituti di educazione, e, all’ultimo comma, riconosce alle Università “il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato”, comporta non solo che i privati possano promuovere l’istituzione di centri di istruzione, ma anche che a questi centri istituiti da privati debba essere garantita una natura sostanzialmente privata, per rispettare il principio di “autonomia ordinamentale” e di “libertà” che ad essi la Costituzione garantisce. L’art. 33 Cost. preclude, pertanto, alla legge di operare una sostanziale “pubblicizzazione” delle Università non statali, imponendo ad esse obblighi, anche in materia di trasparenza e pubblicità,
preordinati ad introdurre una forma di controllo pubblicistico e collettivo, che contrasterebbe con la natura sostanzialmente privata che effettivamente le connota.

A questo link è possibile leggere la sentenza completa del Consiglio di Stato.